Nasconde registratore nello zaino del figlio: aveva paura dei maltrattamenti a scuola

26 febbraio 2025 –

Negli ultimi anni, il mondo della scuola ha vissuto trasformazioni rapide e spesso difficili da gestire. Lo raccontano numerosi insegnanti, che trovano sempre più complesso stare al passo con la burocrazia e con le esigenze di una società variegata e in costante cambiamento.

Ma non è solo una questione di documenti infiniti o classi troppo numerose: la scuola italiana sembra attraversare una vera e propria crisi relazionale, in cui la distanza tra famiglie e docenti si sta facendo, in alcuni casi, drammaticamente profonda.

Ne è un esempio l’episodio di una madre che ha nascosto un registratore nello zaino del proprio figlio, convinta che l’insegnante lo maltrattasse. Un caso eclatante che si innesta su un contesto di crescente sfiducia e che, purtroppo, mostra quanto sia fragile il legame di collaborazione tra scuola e famiglia.

Il registratore nascosto nello zaino : l’ultimo campanello d’allarme di una scuola sotto stress

Una recente ricerca condotta dalla Cisl Scuola, che ha coinvolto un campione di 2.000 docenti della Lombardia, ha messo in luce come oltre la metà degli insegnanti dichiari di subire uno stress lavorativo costante. Se si considerano anche coloro che ne soffrono in modo sporadico, la percentuale sfiora il 90%. È un dato che fa riflettere: la professione docente, da molti vissuta come una vocazione o una missione, è diventata per tanti un percorso a ostacoli.

Le cause principali? Carichi di lavoro esorbitanti, mancanza di supporto adeguato, classi sovraffollate e soprattutto un rapporto con i genitori che spesso risulta conflittuale o comunque lontano dal sostegno che ci si aspetterebbe in un contesto educativo.

La testimonianza di Elena, docente di sostegno in provincia di Brescia

A raccontare la sua esperienza è Elena, un’insegnante di sostegno in una scuola primaria bresciana. In servizio dal 1984, ha attraversato decenni di riforme e cambiamenti strutturali nel sistema scolastico. Il suo racconto mette in luce come la passione per l’insegnamento possa essere lentamente soffocata da una mole di scartoffie, continui cambi di valutazione ministeriale e da situazioni quotidiane molto lontane da quell’idea di “comunità educante” che dovrebbe essere alla base di ogni istituto.

“Ogni anno sembra più difficile del precedente,” spiega Elena. “Il carico burocratico è diventato tale da togliere energie e tempo prezioso, che invece dovrebbero essere dedicati ai bambini. Se a questo aggiungiamo le classi con più di 25 alunni, gestire il tutto diventa un’impresa titanica.” In particolare, la docente rimarca come i continui cambi di regole sulla valutazione abbiano destabilizzato non solo i docenti, ma anche i piccoli allievi e le loro famiglie. Un anno si vota in un modo, l’anno dopo cambia tutto, e talvolta si deve addirittura applicare un sistema nel primo quadrimestre e un altro nel secondo. Una fluttuazione continua che non giova né alla qualità dell’insegnamento né alla serenità di chi deve mettere in pratica queste decisioni.

Classi affollate e diversità: un equilibrio precario

Accanto alla burocrazia, un altro fattore di notevole peso è la gestione di classi sempre più numerose e, al loro interno, di studenti con esigenze differenti. La Lombardia, come altre regioni con grandi centri urbani, presenta spesso situazioni in cui in una singola classe siedono oltre 25 bambini. Per gli insegnanti di sostegno, come Elena, questo significa dover seguire simultaneamente più alunni con disabilità anche gravi, spesso senza un supporto adeguato di personale specializzato.

Ma non ci si ferma qui. Oltre agli alunni che rientrano nelle tutele della legge 104, esiste un’ampia fetta di studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), tutelati dalla legge 170. Questi bambini, altrettanto numerosi, necessitano di un Piano Didattico Personalizzato (PDP) che richiede tempo, attenzione e un approccio didattico calibrato sulle loro necessità. In classi sovraffollate, offrire a ciascuno la giusta assistenza diventa complicato, se non impossibile, riducendo di fatto l’efficacia di questi strumenti legislativi.

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A questo si aggiunge la presenza di NAI (NeoArrivati in Italia), studenti stranieri che entrano nel sistema scolastico italiano spesso senza conoscere la lingua. “Mi è capitato di dover insegnare a una bambina cinese che non conosceva neppure una parola d’italiano. Abbiamo usato il traduttore sullo smartphone per comunicare, perché non esistono corsi strutturati dedicati a questi casi,” racconta Elena. Sono situazioni che si moltiplicano e che, in mancanza di un vero progetto di accoglienza linguistica, finiscono per scaricare ogni responsabilità sui docenti, già impegnati su mille fronti.

Il delicato rapporto con i genitori: dalla collaborazione al conflitto

Uno degli aspetti più problematici per molti insegnanti è il rapporto con le famiglie. Elena racconta come, rispetto a qualche decennio fa, la figura del docente non sia più percepita come un alleato nell’educazione del bambino, ma piuttosto come un avversario da monitorare. Anni fa, se capitava qualcosa in classe, i genitori venivano a parlarti con fiducia o magari con preoccupazione, ma comunque riconoscendo il tuo ruolo,” spiega l’insegnante. Oggi, invece, è più frequente che l’insegnante venga considerato colpevole a prescindere. I genitori sono pronti a difendere il figlio senza ascoltare l’altra campana.”

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È in questo clima che si è verificato l’episodio del registratore nascosto nello zaino. Una madre, convinta che il figlio subisse maltrattamenti, ha pensato di registrare l’audio delle lezioni per avere prove da presentare alla scuola o, eventualmente, alle autorità. Da quanto emerso, però, le accuse si sono rivelate totalmente infondate. Resta, tuttavia, il segnale inquietante: la totale mancanza di fiducia verso gli insegnanti, tali da spingere un genitore a comportamenti che qualche anno fa sarebbero stati impensabili.

È dura da mandare giù, perché dà l’idea che ogni nostra azione venga interpretata in modo sospettoso, quasi malizioso, commenta Elena. Ho colleghi che si sono ritrovati a dover fronteggiare denunce infondate, minacce verbali e aggressioni fisiche. È un peso enorme, che svuota di senso una professione basata sulla collaborazione.”

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